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Senatrice da record

nova perisUn nuovo interessante articolo di Stefano Vergine, giornalista italiano residente in Australia
Atlanta, Stati Uniti, 1996. Una ragazza australiana dalla pelle scura conquista insieme alla sua squadra il posto più alto sul podio dell’hockey femminile. È la prima donna aborigena a vincere una medaglia d’oro alle Olimpiadi. Da allora Nova Peris non si è più fermata.

Dall’hockey è passata all’atletica, vincendo due ori ai giochi del Commonwealth, uno nei 200 metri e l’altro nella staffetta 4x100. Oggi “Super Nova” può vantare un nuovo primato. La 41enne di Darwin, vedova e madre di tre figli, è diventata la prima donna indigena australiana eletta nel Parlamento federale. Un’impresa riuscita finora solo a tre membri della comunità aborigena, tutti uomini. Per questo l’elezione di Peris si è guadagnata i titoli dei giornali australiani.

Il suo partito, quello dei laburisti, ha perso le elezioni del 7 settembre, spazzato via dopo sei anni di governo dai conservatori di Tony Abbott. Ma lei è riuscita comunque a raggiungere l’obiettivo. Rappresenterà al Senato i Territori del Nord, la zona in cui è nata e dove gli aborigeni costituiscono quasi un terzo della popolazione, il tasso più alto in Australia. In questa landa tropicale è cresciuta l’ex olimpionica australiana. Sua madre e i nonni appartengono alla cosiddetta generazione rubata: migliaia di bambini tolti alle cure delle proprie famiglie e affidati a missioni religiose gestite da bianchi. Una pratica che il governo di Canberra ha condotto fino agli anni 70, con l’obiettivo (mancato) di sradicare ogni traccia della cultura indigena. I traumi subiti «non si risolvono in un giorno né in un anno», spiega la neo senatrice, «certo, il fatto di essere un’aborigena e aver sperimentato questi problemi sul campo mi dà una certa conoscenza delle questioni». Peris è da tempo impegnata ad assistere le comunità indigene australiane. Terminata la carriera sportiva, ha iniziato a viaggiare nelle zone più remote del Paese. Ha sostenuto la necessità dei controlli sanitari per i minorenni. Ha promosso la campagna “Vivere senza alcol”.

Un lavoro di importanza cruciale visto che questo popolo, fino al 1967 nemmeno inserito nel censimento, risulta ancora in fondo a quasi tutte le statistiche sul benessere nazionale. Riuscirà Peris a risollevare la sua gente? Le aspettative sono alte. E i dubbi pure. Le critiche più dure sono arrivate da un’altra aborigena: Alison Anderson, membro del Partito Liberale. «Nova sarà la donna di servizio dei Laburisti, dovrà rifare i letti e servire il tè», ha dichiarato. Come dire che candidando una celebrità come lei, il centrosinistra australiano ha voluto farsi bello davanti ai media, ma alla fine le richieste di Peris non verranno ascoltate. «Alison dica pure quello che vuole», ha replicato l’ex atleta, «io so quello che faccio: ci saranno ostacoli, ma ci sono abituata e li supererò».
Le prime difficoltà sono emerse in campagna elettorale. Peris ha detto di aver ricevuto email e lettere con insulti razzisti. «Messaggi disgustosi, i peggiori ricevuti in vita mia», ha tagliato corto senza entrare nei dettagli. Ma il vero ostacolo politico per Super Nova è un altro. Si chiama referendum costituzionale per il ricono.scimento degli aborigeni come primi abitanti del Paese. Il Parlamento di Canberra sta lavorando da tempo a quello che potrebbe rappresentare un momento storico per l’Australia. Il problema è se la modifica costituzionale si tradurrà in una vera svolta. Il testo, che verrà sottoposto a scrutinio popolare entro il 2015, non è infatti ancora stato scritto. E il diavolo, si sa, sta nei dettagli. Il timore di molti aborigeni è che la riforma si traduca in un mero riconoscimento storico, senza conseguenze sulla vita di oggi. «È invece fondamentale che venga proibito qualsiasi atto di razzismo», sostiene Nicole Watson, aborigena e ricercatrice di diritto all’università tecnologica di Sydney.

Traduzione? La costituzione australiana prevede ancora oggi la possibilità di discriminare alcuni cittadini sulla base della razza. In pratica, il parlamento può varare misure specifiche nei confronti degli indigeni: limitazioni sul possesso di terreni o la gestione delle finanze personali. Provvedimenti tuttora in vigore nei Territori del Nord. «Una cosa del genere non esiste in alcun Paese del mondo», ricorda Watson, «l’unico fu la Germania ai tempi della Seconda guerra mondiale, che varò misure simili nei confronti degli ebrei». Insomma, più che il riconoscimento storico, agli aborigeni interessa che queste cose vengano finalmente vietate. Per raggiungere l’obiettivo, Peris avrà bisogno anche del consenso dei parlamentari guidati da Abbott, il neo premier australiano soprannominato il “monaco pazzo” per il suo passato da seminarista e le tesi conservatrici. Abbott finora si è detto favorevole al riconoscimento degli indigeni come primi abitanti dell’Australia, ma sull’eventualità di cancellare qualsiasi atto di discriminazione razziale il nuovo capo del governo finora ha taciuto. Per Super Nova questa potrebbe essere la sfida più difficile da vincere. Una gara di resistenza adatta anche a una velocista come lei.

Una corsa a ostacoli

Come vivono gli aborigeni rispetto al resto della popolazione? Per farsi un’idea, si può dare un’occhiata ai dati pubblicati da Close the Gap, un programma sviluppato da gruppi di indigeni e non indigeni con l’obiettivo di rimarginare entro il 2030 il divario tra le due popolazioni che costituiscono l’Australia di oggi. Per quanto le cose siano leggermente migliorate negli ultimi anni, gli aborigeni, che rappresentano il 3% della popolazione nazionale, continuano a passarsela male rispetto agli altri. Il tasso di mortalità è più che doppio. Quello di disoccupazione triplo. La percentuale di suicidi giovanili è quattro volte superiore. La loro aspettativa di vita arriva a 45 anni, peggio di Somalia e Afghanistan, mentre i bianchi superano gli 80 anni. Insomma, accanto ad alcune delle città più vivibili sulla Terra e a livelli di ricchezza che fanno invidia all’Europa di oggi, l’Australia continua a nascondere dentro di sé un altro Paese, decisamente più simile a una nazione in via di sviluppo che alla 12esima economia globale.

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