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Australia: va in onda il riscatto aborigeno

aboriginal girlIl primo di una serie di articoli scritti da Stefano Vergine, giornalista freelance, per Il Fatto Quotidiano. Uscito il 17 Giugno 2013. A nome di Didjeridooing grazie Stefano, per il contributo alla causa aborigena!

Una coppia che perde l’aereo per le vacanze. Madre e figlia che si parlano a stento. Un adolescente indeciso se seguire i consigli del padre o quelli del professore. Storie ordinarie, con l’unica particolarità di essere state scritte, dirette e rappresentate da aborigeni.

Non poco, se si considera che fino agli anni ‘ 60 le leggi australiane prevedevano restrizioni persino per il voto degli indigeni.L’obiettivo di Redfern Now, serie di sei episodi andata in onda sulla tv pubblica ABC, non era tuttavia quello di denunciare ingiustizie. I produttori volevano mostrare la normalità della vita di quartiere, creare una serie sugli aborigeni che non fosse autoreferenziale. Per dirla con le parole di Darren Dale, direttore della Blackfella Films, la società che ha realizzato il telefilm, “trasmettere le storie di sei famiglie ordinarie alle prese con situazioni straordinarie: incidenti, incontri o decisioni che cambiano il corso delle cose”. Non che nella serie manchi la rappresentazione del disagio in cui solitamente vivono i primi abitanti dell’Australia, come sono stati recentemente riconosciuti dal Parlamento di Canberra dopo anni di pressioni politiche. Redfern Now narra le storie di sei famiglie di Redfern, quartiere simbolo degli Eora, la popolazione indigena di Sydney. Una zona centrale della più popolosa città australiana, primo approdo degli inglesi che qui, nel 1788, persa la colonia americana e alle prese con un sovraffollamento delle patrie galere, diedero vita al progetto di creare in Terra Australis una colonia penale per i detenuti di Giorgio III. Lontano dalle immagini di biondi surfisti e grattacieli in vetrocemento che attirano oggi tanti giovani dal Vecchio Continente, Redfern, con le sue terraced house sgangherate e la stazione ferroviaria, è il più famoso crogiolo australiano di senzatetto, artisti, spacciatori e aborigeni. Se uno straniero arriva a Sydney e non passa da qui, potrebbe persino non accorgersi della presenza indigena in città. Nel febbraio del 2004 il quartiere fu teatro di alcuni dei più violenti scontri della recente storia del Paese. Scatenati dalla morte di un giovane aborigeno di 17 anni, Thomas T. J. Hickey, rimasto infilzato da un palo di metallo mentre con la sua bicicletta cercava di fuggire da una pattuglia della polizia, i tafferugli durarono un’intera notte. UN LAMPO DI GUERRIGLIA urbana nella placida Sydney: molotov e blocchi di cemento, una quarantina di agenti feriti, mezza stazione ferroviaria bruciata e la consapevolezza che la polveriera sarebbe potuta scoppiare di nuovo. “Negli ultimi anni, grazie ad alcuni programmi governativi e alla volontà di tanti abitanti del quartiere, Redfern è cambiata parecchio” dice Lali, un’indigena che lavora per la Aboriginal Housing Corporation, società che affitta case a prezzi vantaggiosi per gli aborigeni che vogliono vivere a Redfern. “La strada è quella giusta – spiega – bisogna continuare a puntare sull’educazione e condizioni di vita migliori per la nostra comunità”. Oggi il Block non c’è più. Le palazzine identificate per anni come simbolo di spaccio e violenze, abitate esclusivamente da aborigeni, sono state demolite dopo gli scontri del 2004. Resta in piedi solo la palestra di Tony Mundine, l’indigeno entrato nella storia della box australiana. Sul ring centrale, in un tiepido pomeriggio d’inizio inverno, il vecchio pugile allena un giovane bianco. Alex Tui smorza subito l’entusiasmo: “Il razzismo nei confronti degli aborigeni esiste ancora”, dice il manager della palestra, “e la strada da fare per raggiungere la parità resta lunghissima”. Consapevoli di questo, i produttori della serie, riuscita nel difficile compito di incollare alla tv anche i bianchi australiani, non hanno evitato di raccontare la realtà più triste del quartiere. In Redfern Now ci sono storie di droga, povertà, violenza. Come quella di Indigo, alias Dean Daley-Jones, pluri-premiato attore aborigeno del Western Australia, che nel telefilm veste i panni del pugile professionista appena uscito dal carcere per aver ucciso un uomo in un combattimento di strada. La gelosia per la moglie gli farà perdere la testa di nuovo, e per Indigo si riapriranno le porte del penitenziario di Sydney. Un destino relativamente comune per gli indigeni, la cui probabilità di finire in prigione è 14 volte più alta rispetto ai non indigeni. Ma la particolarità di Redfern Now, se comparata con altri prodotti mediatici sugli aborigeni, è quella di averli messi al centro della storia, senza accezioni di valore morale legate alla razza. I protagonisti rivestono ruoli comuni: dal poliziotto all’assistente sociale, dalle madre allo studente. PERSONAGGI BUONI O CATTIVI a seconda della storia. Di certo ci sono attori e direttori di lungo corso, professionisti affermati nel panorama australiano come Wayne Blair, Deborah Mailman, Leah Purcell. “Più di ogni altro aspetto è stata la trama delle puntate ad aver dettato il successo della serie”, assicura Kristine Way, agente della ABC. Redfern Now, unico telefilm sugli aborigeni ad essere stato finora trasmesso in prima serata, ha ricevuto il premio di migliore serie drammatica australiana dell’anno. Con una media di oltre 700 mila spettatori e uno share del 13 %, la ABC, principale tv pubblica australiana, ha deciso di mandare in onda una seconda serie di puntate attualmente in produzione. Investimento: 5, 5 milioni di dollari australiani, quasi 4 milioni di euro. La formula è identica a quella della prima serie. Storie ambientate a Redfern; scritte, dirette e rappresentate da aborigeni. Insomma, squadra vincente non si cambia. E a tirare i fili della sceneggiatura ci sarà ancora Jimmy McGovern, inglese di Liverpool. Uno dei pochissimi bianchi scelti per partecipare all’avventura indigena.

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