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Benvenut*!

Da sinistra alcuni partecipanti alla 2° Didjeridoofesta a Bologna:
Carla Agarella, Daniele Rizzi, Christian Muela, Marco Cuzzani,
Andrea Furlan, Jacopo Mattii, Francesco Gibaldi e Gianni Placido.

Benvenut* in Didjeridooing... clicca qui per conoscere la nostra storia!!!

KEEPING THE WIRE - APPUNTI PER UN DIDJERIDOO MUSICALE


keeping-the-wire 2

foto by Mauro Squiz Daviddi

Licenza Creative Commons
Keeping the wire - appunti per un didjeridoo musicale diGianni Placido è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Based on a work at http://gianniplacido.it/index.php/it/articoli/item/96-keeping-the-wire-appunti-per-un-didgeridoo-musicale.

Keeping the wire è il mio terzo lavoro in studio dopo i precedenti Ab Origine (2010) e Breathless (2012)Keeping the wire si distingue per un approccio essenziale al didgeridoo, suonato in solo o con l'accompagnamento di bilma, campane tibetane, vocalizzi armonici e non, xylofono e stomp box al solo fine di esaltare il didgeridoo nella sua musicalità. Il “didgeridoo musicale” infatti prova a rendere tutte le capacità espressive del suonatore contemplando i tre aspetti essenziali alla musicalità: tempo/ritmo, armonia e melodia. 

Se queste possibilità sono intrinseche nella voce umana, se il tempo/ritmo scandisce la nostra vita, se l'armonia (il perfetto incastro delle onde armoniche) è alla base della natura, se la melodia è uno dei richiami fondamentali dell'espressione umana, perché allora suonando il didgeridoo, dovremmo farne a meno? Spesso mi sono reso conto che l'aspetto tempo/ritmo risulta a discapito della capacità di rendere suoni armonici e melodia, soprattutto considerando che il didgeridoo è uno strumento monotonale (ossia emette un'unica nota fondamentale). In questi ultimi anni si sta certamente cercando di compensare o meglio, di ampliare le possibilità espressive del didgeridoo nonché il range limitato di note, con svariate tecniche di "trascendenza del drone", ossia di tecniche che prescindano dall'uso della fondamentale emessa con la respirazione circolare o meno, come ad esempio con  le tecniche di flauto diritti a taglio (armonico, shakuhachi, nei persiano ecc.) di cui Francesco Gibaldi in Italia e Carlo Cattano in Spagna sono pionieri ed esponenti di riguardo. Nella tecnica dell'air code di Dubravko Lapaine, si suona addirittura senza l'appoggio delle labbra all'imbocco mentre nel ben più noto stile in staccato, piccoli e definiti colpi di labbra e lingua eseguiti in apnea, danno vita ad un vero e proprio suono percussivo nel didjeridoo, per non parlare della tecnica sviluppata da Will Thoren a seguito di una sua eccezionale intuizione. Will, studiando col suonatore aborigeno William Burton si chiese ”perché posso produrre note più alte rispetto alla fondamentale (i toots o effetto tromba) aumentando la frequenza vibratoria e non posso invece produrne di più basse diminuendola?” Il risultato, combinato con i suoi strepitosi strumenti autocostruiti, i Wet Didgeridoo, lo portarono a sviluppare la "tecnica della caduta di ottava".

Troverete l'articolo, curato da Francesco Gibaldi qui.

In passato ci si è spinti anche oltre come hanno fatto pionieri del didgeridoo quali Charlie Mc Mahon col suo didgeribone (didgeridoo + trombone), ossia un didgeridoo a coulisse che può cambiare di nota mentre si suona, ed Erik Nugent col suo “figlio illegittimo di un sax è un didgeridoo”, come lui lo chiama. Il Nù è un vero e proprio sax didgeridoo, dotato di tasti ma con tutte le possibilità espressive del didgeridoo ed il suo tipico drone.

Anche l'articolo che tratta del Nù, scritto appositamente per Didjeridooing da Erik, lo troverete qui.

Per non parlare dell'approccio multitonale dei cosiddetti “middle and deep didgeridoos”, didgeridoo extralunghi (fino a 6, 7 e più metri) i quali con la possibilità di ottenere più note fondamentali ed una quantità di intervalli melodici superiori (trombe) definita quasi solo dalla capacità del suonatore, rappresentano una frontiera piuttosto recente delle nuove sonorità del didgeridoo. Iniziò Ondrej Smeykal (Repubblica Ceca), seguì Dubravko Lapaine (Croazia) e continua a stupirci per la sua ricerca Jack Azzarà (Italia), che ha anche scritto un articolo a proposito:

Divagazioni sui deep instruments

Ritornando al didgeridoo musicale, mi sono chiesto come, senza alcun espediente di "trascendenza della fondamentale" o almeno non sistematicamente e senza l'ausilio di una coulisse o di uno strumento ibrido che supporti la multitonalità, rimanendo nell'ambito del solo rapporto tra didgeridoo e suonatore, si potesse rendere il suonare il didgeridoo con grande enfasi sulla musicalità nel suo complesso: tempo/ritmo, armonia e melodia, musicalità resa nel rapporto tra lo strumento umano, le labbra, la lingua, le guance, la gola, i polmoni, il diaframma e la pressione interna, nell'interazione con la cassa di risonanza e la pressione interna del didgeridoo. Mi spiegherò meglio con un esempio: l'interazione prettamente meccanica tra un pianista ed un pianoforte si “limita” all'uso delle mani e dei piedi, mentre in uno strumento ad ancia labiale come la tromba tale interazione è resa con le mani e le labbra, oltreché naturalmente ma in misura ridotta, con polmoni e diaframma. Nel didgeridoo questa interazione è pressoché totale! La lingua, le labbra, la gola ecc...sono strumenti adoperati al 100% delle loro possibilità di articolazione e di conseguente produzione dei suoni. Al didgeridoo spetta il compito, non indifferente, di incanalare e di opporre resistenza (pressione di ritorno) nella maniera più adeguata alla pressione esercitata dal suonatore e di esaltare i vari stili e tecniche ricercati da ciascuno. Naturalmente questa interazione, ripeto, prettamente meccanica, non concorre da sola allo sviluppo di un didgeridoo musicale, se non fosse per il fatto che la nostra stessa continua spinta ad esprimerci meglio e più profondamente muove ogni ingranaggio di tale meccanica...in superficie, è proprio tale spinta che mi ha condotto ad esplorare la musicalità nel didgeridoo. Cercavo un approccio al didgeridoo non “monotono”, sicuramente potente, desideravo unire in un unico sound sia la ritualità del didgeridoo (la cui chiave è, secondo una acuta intuizione di Franco Battiato, nei ritmi ossessivi), sia il suo (e quindi mio) aspetto sentimentale. Tutto ciò con una precisione sul timing maniacale e variazioni ritmiche che riflettessero tutta la complessità dello stesso pensare ed agire umano, una grande complessità di suoni armonici, ottenuti con voce in falsetto e non, oltreché voce diaframmatica, cambi di tono dettati da un ben dosato uso della pressione ed un lavoro sulle trombe multiple altrettanto intenso. Il risultato stilistico, ultimo arrivato in ordine di tempo, è la conseguenza diretta del continuo studio dei principi di riferimento per la mia pratica quotidiana col didgeridoo:

1) Attenzione concentrata su di sé (lo instrumentum!!);
2) Corretto rapporto col corpo;
3) Corretto rapporto col respiro;
4) Corretto rapporto col ritmo.

Rimanere concentrato sull'origine del suono mi ha permesso di entrare in una dimensione di ascolto molto approfondita e possibilmente prolungata, sostenuta da una postura corretta in equilibrio tra rilassamento e ipotonicità (muscolare). L'attenzione e la dimensione dell'ascolto mi hanno fatto desistere dal forzare il mio respiro peculiare in una direzione innaturale e soprattutto illusoria, non in accordo con ciò che realmente già accade in me. Il lavoro sul respiro peculiare mi ha portato ad indagare con precisione il ritmo che meglio mi corrisponde, ed infine tutto questo è stato il terreno per accrescere il repertorio di tecniche personali ed inedite, quali il frusciato e la lingua morbida (soft tongue extradentale) e non, come la respirazione morbida sul toot. Tali tecniche mi hanno permesso infine di sviluppare uno stile che riflette appieno tale accordo con i suddetti principi e naturalmente con tutto ciò che di questi principi è voce: un didgeridoo musicale ed emozionale!

Come potrete immaginare questo tipo di indagine ha uno sviluppo realmente senza fine ed è per questo, non solo per la padronanza delle tecniche, che alcune delle vecchie tracce di didjeridoo (Narta Rajan, Kshanti, Cantandomi e Fast memories),  sono state ri-editate in versione solo, e recentemente abbiano preso una ulteriore forma nell'ultimo cd Keeping the wire 2.0, suonato in concomitanza delle percussioni di Mario Francavilla. Come in un kata, la forma delle arti marziali, l'approfondimento di una singola traccia richiede un'intera vita e forse non basta nemmeno. Che quel senso di incompiutezza mai del tutto appagato forse richieda di trascendere non il drone ma lo stesso ego che tenta i tutti i modi di fare, ottenere, controllare e capire? Forse chissà, è su questo sentiero che la Via mi condurrà per sua grazia nel futuro ed è questo il filo da seguire che dal cuore si diparte all'esprimere....

Questo cd è quindi per tutti voi che siete alla ricerca di una Via attraverso la magica voce di questo strumento, per dirvi di voi e oltre voi.

E' un lungo cammino, ma ne vale la pena percorrerlo.

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