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Benvenut*!

Da sinistra alcuni partecipanti alla 2° Didjeridoofesta a Bologna:
Carla Agarella, Daniele Rizzi, Christian Muela, Marco Cuzzani,
Andrea Furlan, Jacopo Mattii, Francesco Gibaldi e Gianni Placido.

Benvenut* in Didjeridooing... clicca qui per conoscere la nostra storia!!!

TECNICA DELLA CADUTA DI OTTAVA

di Francesco Gibaldi

Questa tecnica, inventata (o sarebbe meglio dire scoperta) dall’americano Will Thoren (http://www.wetdidgeridoo.com/WilliamThoren/Welcome.html), permette di produrre una quantità di note superiore a quella che normalmente viene prodotta da un didjeridoo.

Quello che, qui in Europa, sappiamo riguardo a questo tipo di strumento è probabilmente diverso da quello che si sa in Australia, paese d’origine di questi strumenti dalla tradizione millenaria.

Thoren spiega che, durante un suo viaggio in Australia, trascorse due mesi col musicista William Barton, il quale gli insegnò a suonare con il centro della bocca (per avere più controllo sulla vibrazione delle labbra) e con imboccature più grandi (intorno ai 3.5 cm) che permettono alle labbra di vibrare maggiormente ed avere così un controllo ancora maggiore sul movimento della bocca. Al ritorno dal suo viaggio, Thoren pensò:”Perché posso produrre armonici più alti rispetto alla fondamentale (i toot) aumentando la frequenza vibratoria e non posso invece produrne di più bassi diminuendola?” Quest’idea, portata su didjeridoo con un’imboccatura più grande, (unita, secondo me, ad una certa dose di tenacia e lungimiranza) lo portarono, nel giro di un po’ di tempo, a produrre una nota un’ottava più bassa di quella che consideriamo normalmente la fondamentale.  (Alla luce di questa scoperta non sarebbe più corretto definirla tale, ma per questioni di praticità, continueremo a chiamarla così e chiameremo invece la nota bassa la “drop note”, dal nome inglese della tecnica “drop octave technique”). Se inizialmente, provando a produrre la drop note essa risulterà avere un suono ventoso e poco pieno non dovremo demordere ma continuare ad esercitarci fino ad ottenere una nota piena, ricca di armonici e molto profonda del tutto simile a quella prodotta dai didjeridoo lunghissimi sperimentati da Ondrej Smeykal e Dubravko Lapaine.

Per approcciarsi alla tecnica un buon sistema consiste nel suonare la nota fondamentale solo con le labbra, senza strumento, per poi cercare di rifarla uguale diminuendo però la frequenza vibratoria della metà. Riportando questi movimenti sullo strumento alternati l’uno dopo l’altro a ripetizione si dovrebbe riuscire ad eseguire la nota fondamentale alternata alla drop note.

La stessa tecnica può essere applicata anche ai toot.

Se il nostro strumento ha un toot intonato (o più o meno intonato) alla fondamentale sarà del tutto inutile applicare la tecnica della caduta di ottava al primo toot, perché come drop note otterremmo la fondamentale stessa! Se invece il nostro toot ha un’intonazione differente (possibilmente abbastanza distante dalla fondamentale, per sentire la differenza più marcatamente) allora potremmo ottenere una drop note del toot che rientrerà nello stesso intervallo della fondamentale.

Se ad esempio avessimo un didjeridoo con nota fondamentale in MI e primo toot in DO potremmo ottenere tre note basse:

la fondamentale che è un MI
La drop note del primo toot, che è il DO che viene subito dopo il MI
La drop note della fondamentale, che sarà un MI dell’ottava dopo, la stessa ottava raggiunta da molti didjeridoo lunghissimi

Il tipo di imboccatura ideale per praticare questa tecnica è di un diametro maggiore di quelli comunemente ritenuti “buoni” diametri per un’imboccatura. Si aggira intorno ai 3.5 cm e dev’essere per forza di cose sagomato in modo da non far sfiatare aria. Se inizialmente potremmo sentirci un po’ spaesati nel suonare con questo tipo di imboccatura scopriremmo invece presto che ha i suoi vantaggi. Un’imboccatura stretta offre una sede più costrittiva per le labbra e permette di produrre un suono pulito (armonici alti) con maggiore facilità. Quindi per le prime settimane potremmo trovare che il nostro suono sia in genere meno ricco di armonici e più sordo ma questo problema si risolve rapidamente con un po’ di esercizio. L’imboccatura larga, lasciando più libertà di movimento alle labbra, “percepisce” più sfumature di suono (piccole percussività, soffi, effettini) e non penalizza l’esecuzione dei toot (personalmente sul mio didjeridoo modificato per la drop octave technique riesco a fare 5 toot, ma sono certo che si può fare di meglio).

Col tempo e con la pratica, utilizzando magari un bell’accordatore cromatico (o avendo molto orecchio) potremmo imparare a produrre anche tutte le note che stanno nell’intervallo tra la fondamentale e la sua drop note, anche se essere precisi nell’eseguire queste note sembra essere estremamente difficile ma probabilmente uscire dai “binari vibratori” che ogni strumento ha è uno degli aspetti più interessanti di questa tecnica.

Confrontando questo il tipo di strumento di Thoren con un didjeridoo lunghissimi in stile Dubravko Lapaine ci accorgeremo che la qualità di suono è differente. Nei didjeridoo lunghissimi tutto è riverberato naturalmente, sono più facili da suonare e la quantità di note disponibili è enorme. Potremmo pensare che, a parte una maggior portabilità non avrebbe senso usare un didjeridoo più corto come uno molto lungo. Effettivamente non considererei come maggiore scoperta quella di poter produrre tante note su un didjeridoo di normali dimensioni, ma soprattutto il concetto che sta alla base della produzione del suono, applicabile a qualunque strumento ad ancia labiale, compresi i deep intruments di Dubravko Lapaine.

Si potrebbe paragonare questa tecnica alla stessa utilizzata per suonare la tuba. Difatti anche quando torneremo a suonare i nostri dijeridoo normali con un’imboccatura normale potremmo scoprire di essere in grado di eseguire questa tecnica anche su di essi (seppur con maggiori difficoltà), aprendoci così un mondo dalle potenzialità molto elevate.

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